06 Mag

Nel giovane Matteo Farina la sintesi perfetta tra “iubilare” e soffrire

Si è svolto presso la Cattedrale di Brindisi nella giornata di martedì 3 maggio 2016 il Giubileo Diocesano dei Sofferenti, con gli ammalati, i familiari, gli operatori sanitari e i volontari, organizzato dall’ UDPS (Ufficio Diocesano Pastorale Salute/Sanità).

L’evento è stato  strutturato in 2 momenti. Una prima parte si è svolta in un affollatissimo salone San Michele, messo a disposizione all’interno dell’ edificio della Cattedrale. Qui si è tenuta una riflessione dal tema “Misericordiosi come il Padre: visitare gli infermi e consolare gli afflitti”, e una testimonianza.

La seconda parte dell’incontro ha visto l’attraversamento della Porta Santa della Misericordia, l’ingresso nel Duomo e la Celebrazione Eucaristica Giubilare presieduta da S.E. Mons. Domenico Caliandro con la partecipazione del Coro Polifonico Arcivescovile “San Leucio”.

Affiancare i termini: “Giubileo” (dal latino iubilare, “gridare di gioia”) e “Sofferenza” sembrerebbe un controsenso, una illogicità che ci lascia un po’ perplessi. Forse proprio per questo l’Associazione Matteo Farina è stata chiamata in questo ambito a rendere una testimonianza sulla vita del giovane brindisino in cammino verso la santità.

Infatti nel corso della prima parte della serata,  coordinata  da Don Piero Suma, direttore dell’UDPS, la professoressa Sabina Bombacigno dell’Associazione Matteo Farina, attingendo  a piene mani dal tesoro degli scritti del giovane, ha letteralmente incantato la platea, ripercorrendo le varie fasi della vita di Matteo, della sua crescita sia come adolescente immerso perfettamente nel suo tempo tra amici, famiglia, parrocchia,  scuola e sport, e sia come “ammalato”, in quanto il tumore cerebrale che lo portò alla morte all’età di 19 anni si cominciò a manifestare già a 13 anni. Quindi si può dire che la malattia abbia attraversato e accompagnato gran parte della sua giovane vita, ma allo stesso tempo, la sua profonda gioia di vivere, mai venuta meno, ha illuminato questa malattia, l’ha alleggerita e sublimata: “…dobbiamo vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, ma non nella tristezza della morte, bensì nella gioia di essere pronti all’incontro con il Signore”.

Il  messaggio che è scaturito quindi per tutti i presenti è stato quello di amare la vita, comunque e sempre, qualunque sofferenza si abbia, sia fisica che spirituale, e di vivere  intensamente la vita che ci è stata data, nel tempo che ci è concesso, mettendo a frutto i doni ricevuti così come ha fatto Matteo che si dedicava alla scrittura, alla poesia, alla musica, all’amicizia che per lui è sempre stato un valore importantissimo, allo studio, sforzandosi sempre di recuperare, con esiti brillanti, le materie scolastiche a volte trascurate a causa dei frequenti ricoveri, delle operazioni subite e delle pesanti cure cui si sottoponeva, mai adagiandosi nell’autocommiserazione e nello scoramento, anzi mostrandosi sempre il più allegro della compagnia:

“…abbattersi non giova a nulla, dobbiamo invece essere felici e dare sempre gioia. Più gioia diamo, più gli altri sono felici. Più gli altri sono felici, più siamo felici noi. E’ tutto un giro fatto di piccole cose che vanno a riempire quel piccolo contenitore della gioia, un contenitore che deve essere sempre colmo.”

“Vivere nella gioia anche la sofferenza” questo il messaggio consegnato da Matteo. Forse ai presenti, tutti sicuramente provati e toccati dalla malattia o  personalmente o come familiari o operatori del settore sanitario, sarà sembrato un modello troppo alto di santità, quasi irraggiungibile… ma continuando ad attingere dai suoi scritti si scopre , per così dire , “il segreto” della sua forza e del suo coraggio. Infatti dai suoi scritti e soprattutto  dalla  corrispondenza epistolare con religiosi e religiose, emerge anche un Matteo inquieto, che si fa delle domande, che è alla  ricerca continua di un  dialogo con Dio. Il segreto di Matteo è stato di tenersi sempre stretto al Signore con la preghiera, con l’ascolto della  Parola, la partecipazione all’Eucaristia e al Sacramento della Riconciliazione cui si accostava con cadenza settimanale, con la recita quotidiana del Santo Rosario, la devozione ai Primi Venerdì e ai Primi Sabati del mese. Con la sua vita Matteo ci ha dimostrato che la Santità è possibile per tutti ed è frutto della Grazia dei Sacramenti e dell’abbandono incondizionato alla volontà di Dio; bisogna abbracciare con docilità e amore la Croce, considerata come uno strumento per la salvezza personale e delle anime. Matteo arriva addirittura ad affermare che “la sofferenza è il distintivo di un’anima scelta da Dio”. Tutti vorremmo invece fuggire di fronte alla Croce, ma Matteo ci insegna col suo esempio eroico che,  se rimaniamo uniti a Gesù e partecipiamo alla Sua Croce, parteciperemo anche della Sua Gloria. La testimonianza si è conclusa con l’augurio per tutti di camminare, in questo anno della Misericordia,  sempre verso il Signore, con i piedi per terra e “gli occhi al Cielo”.

Si percepiva nell’aria una forte partecipazione emotiva dei presenti, molti con gli occhi lucidi, tutti stupiti e ammutoliti dalla profondità ma anche dalla concretezza dei messaggi ascoltati; sicuramente molti di loro si saranno sentiti consolati e confortati dalle parole di Matteo, accarezzati e sospinti dall’esempio di chi la sofferenza l’ha vissuta appieno confidando sempre nel Signore e abbandonandosi a Lui, ma anche esortati a cercare nuova forza e consolazione nella Grazia dei Sacramenti e ad abbracciare la loro Croce con più entusiasmo e rassegnazione. E’ seguita la sommessa e partecipatissima recita, da parte di tutti i presenti, della preghiera per la Beatificazione di Matteo Farina, guidata da don Piero Suma.

L’Arcivescovo nel suo intervento conclusivo, prima di iniziare il pellegrinaggio verso la Porta Santa e la successiva Celebrazione Eucaristica, ha voluto ribadire la profonda gioia della  nostra Chiesa Diocesana nel  veder nascere la figura di un nuovo giovane Santo che ha portato lo sguardo di Dio proprio qui dove noi viviamo!

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"E poi un giorno la luce, il pianto, non di sofferenza, ma quasi di commozione..."

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