14 Gen

II Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Gv. 1, 29-34 “Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”

La liturgia, che lungo questo anno ci propone la lettura del Vangelo secondo Matteo, mette però all’inizio un brano dell’evangelista Giovanni. Perché? Credo che il motivo sia questo: Giovanni è colui che attraverso verbi particolarmente significativi e immagini dense ci propone un itinerario al mistero di Cristo.

Il brano di oggi ci propone appunto in qualche modo l’itinerario e il contenuto del mistero di Cristo.

L’itinerario è indicato dal termine ‘conoscere’: per due volte Giovanni afferma “io non lo conoscevo”: anche per il Precursore è stato necessario un cammino. Passare dalla non conoscenza al riconoscimento è passare dalla tenebra alla luce. Camminare leggendo il Vangelo secondo Matteo lungo quest’anno significa provare a lasciarci affascinare ancora una volta dalla sua presenza e ritrovare in Lui il perché del nostro vivere. La seconda parola indica il contenuto del mistero di Cristo: egli è l’Agnello di Dio. Tale termine ci richiama la pasqua: nel Quarto Vangelo infatti , nel racconto della passione, Gesù è presentato come l’agnello pasquale al quale non vengono ‘rotte le ossa’ (Gv.19,36). Come l’antico agnello pasquale, con il suo sangue sparso sulle porte, aveva preservato Israele della distruzione, nella notte dell’esodo, così il sangue di Cristo distrugge il peccato e introduce nella salvezza.  L’agnello ricordava immediatamente agli ebrei la notte della liberazione dall’Egitto, la cena di Pasqua rivissuta ogni anno in ricordo dell’evento. Dare dunque a Gesù il nome di ‘Agnello’ significa indirizzare la conoscenza dell’ascoltatore del vangelo verso la pienezza della persona di Gesù, che assume su di sé il peccato del mondo.

Gesù  al v. 33 è definito come “Colui sul quale scende e rimane lo Spirito”. Cristo è colui che, avendo ricevuto lo Spirito pienamente, è in continua relazione col Padre, ed è la Sua una relazione filiale: Proprio perché “Figlio”, egli riceve lo Spirito in pienezza e potrà donarlo a chi crede in Lui, potrà cioè immergere il credente nella stessa ‘sfera’ di Dio, che è appunto lo Spirito santo, il solo che può renderci “figli nel Figlio”.

L’espressione con la quale Giovanni indica Gesù, risuona nelle nostre chiese tutte le volte che viene celebrata l’Eucaristia e il sacerdote ci invita ad accostarci alla Mensa del Signore. Recandoci a fare la comunione, dovremmo essere guidati dalla profonda convinzione che si tratta di un gesto che ci impegna in prima persona a fare – come dice il ritornello del Salmo responsoriale di oggi- ‘la Sua volontà’.

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"E poi un giorno la luce, il pianto, non di sofferenza, ma quasi di commozione..."

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