La “cultura della sicurezza” come risoluzione al problema.

“Arbeitmachtfrei” (il lavoro rende liberi). Così recitava la cinica iscrizione posta sopra il cancello di ingresso del campo di concentramento di Auschwitz. Oggi, a poco più di 60 anni dalla tragicità della persecuzione antisemita, si può finalmente affermare che il lavoro rende davvero liberi. La nostra stessa Costituzione garantisce ad ogni cittadino il lavoro, indicandolo come attività che concorre al progresso materiale e/o spirituale della società (art.4, comma 2). Ma la realtà è diversa. Solo in Italia, dall’inizio del 2008 le morti bianche sul lavoro sono state poco meno di 200,senza contare i 104 invalidi giornalieri e i 4160 infortunati, sempre al giorno (fonte Aifos). Dati alla mano ci si potrebbe chiedere come mai la legge non faccia nulla per salvaguardare i lavoratori, quasi come se si fosse tornati al degrado sociale che accompagnò la rivoluzione industriale del Settecento. La cosa più assurda è che la legge c’è: le norme in materia di lavoro sono numerosissime, sia in Italia, dove emerge il nuovo testo unico sulla sicurezza sul lavoro emanato dal Governo Prodi, sia nell’UE, all’interno della quale la nostra nazione può “orgogliosamente” vantarsi di essere tra i primi posti per numero di infortuni, spesso mortali (fonte Anmil). Come mostrano le statistiche, però, la legge da sola non basta. Non è certo un semplice decreto che può risolvere un problema tanto grande, specie se non ci si impegna ad applicare le norme in esso contenute, a mettere in atto dei principi giusti, ma che rischiano di non essere altro che carta straccia. E’ necessario, piuttosto, promuovere una “cultura della sicurezza”, che trovi nella formazione continua il suo valore e non il suo adempimento normativo pena una sanzione (R. Vitale, News e Eventi Aifos). Per far ciò è necessario l’impegno di politici e datori di lavoro in primis, dei responsabili alla sicurezza, ma anche di ognuno di noi, per la nascita di una nuova mentalità capace di porre l’uomo, la persona, al centro di ogni attività lavorativa, in opposizione alla crudele tendenza di ridurre il lavoratore a semplice merce nelle mani di un capitalismo sfrenato che non ha nulla di umano e annienta la vita del lavoratore in nome dello sviluppo economico.

La concezione del lavoro già presente nella Bibbia da millenni è ormai decisamente cambiata”. Vivrai del lavoro delle tue mani, sarai felice e godrai d’ogni bene” (Salmo 128,2). Questa visione appare chiaramente idilliaca, specialmente se facciamo riferimento agli episodi di infortuni e morti sul lavoro, numerosi negli ultimi mesi. In un monologo di Stefano Pesce, tratto dalla lettera di Daniele Menietti, un operaio rimasto vittima della recente strage in una industria di Torino, si legge: “noi eravamo già morti, bruciati nell’animo dell’indifferenza […] Morire lavorando è la cosa più assurda che ti possa succedere […] Altro che operai specializzati. Schiavi a ore, ecco cos’eravamo […] Non esistevo prima e tra qualche giorno non esisterò più”. Una tragica testimonianza che ha bisogno di ben pochi commenti. Non è giusto considerare tanti morti come semplici numeri, non si può aspettare di intervenire solo ad incidente avvenuto o magari utilizzare queste tristi statistiche come espedienti per una campagna elettorale di successo, o per continuare un’inutile lotta per il potere tra destra e sinistra, incapaci di capire che il loro compito non è la ricerca del bene per una singola parte politica, ma quello dello sviluppo di un’intera Nazione. Ma davvero non c’è rimedio a tutto ciò? Le statistiche mostrano che in dieci anni gli infortuni mortali nell’Unione Europea sono diminuiti del 29,41%,mentre nel nostro Paese solo del 25,49%,un dato non esaltante rispetto a quello di Paesi come la Germania, con –48,30%,o la Spagna, con –33,64% (fonte Anmil). I dati quindi ci permettono di dire che realmente si può fare di più, perché altri ci sono riusciti. Più controlli, più formazione e più facilità nei finanziamenti alle imprese per promuovere un progresso economico che vada di pari passo con il miglioramento delle condizioni di vita anche nei luoghi di lavoro.

Il diritto a una vita dignitosa è di tutti!

Matteo Farina (15/03/08)

No! No, non arrenderti, affidati a Dio