26 Ott

XXX Domenica Del Tempo Ordinario – Anno C

Lc. 18, 9-14

 

Luca ha abituato i suoi lettori a mettere a confronto dei personaggi doppi: Marta e Maria, i due figli del padre misericordioso, i due ladroni – che nella sua teologia rappresentano atteggiamenti spirituali opposti e complementari. Ciò è vero anche per i due personaggi della nostra parabola, saliti a pregare nel cortile del tempio.

Gesù concentra l’attenzione sulla qualità della loro preghiera e da vero maestro insegna che la preghiera è un infallibile indicatore che rivela l’autentico atteggiamento dell’uomo, la sua ‘fede’ o la sua ‘non fede’: si prega come si vive, e si finisce per vivre come si prega.

Con questa parabola Gesù chiarisce che la ‘non fede’ non è altro che la presunzione della propria giustizia, e ciò è un impedimento grave ad accogliere la gratuità del Regno.

Il fariseo è un laico religiosissimo, scrupoloso osservante della Legge. Dal punto di vista formale Dio è al centro della sua preghiera, ma, a ben guardare, al centro non c’è Dio ma solo l’ ‘io’ di questo fariseo soddisfatto delle proprie azioni orgogliosamente compiaciuto dei propri meriti: il centro della sua vita e della sua preghiera è lui, non Dio.

Il pubblicano, odiato funzionario delle tasse a servizio dell’odiato Erode e dell’occupante straniero, è egli pure un credente, ma poco osservante. La sua professione lo induce facilmente alla disonestà e la sua situazione sembra senza speranza. Questo pubblicano non ha nulla da offrire a Dio. Ciò non gli impedisce di presentarsi alla preghiera in modo ‘vero’, così com’è, confessando il suo peccato.

Ma intuisce che una cosa sola può salvarlo: la straordinaria ‘debolezza’ di Dio verso i poveri e i peccatori. Quest’uomo si affida senza pretese, senza ragioni, semplicemente si affida. E “tonò a casa giustificato”. Questa conclusione di Gesù vuole parlarci del capovolgimento provocato dal vangelo della grazia e della speranza.

Ciò che fa la differenza fondamentale tra il fariseo e il pubblicano è l’umiltà, poiché tutti e due sono bisognosi della giustificazione che viene da Dio.

Nel detto finale : “Chi si esalta sarà umiliato, chi si umilia sarà esaltato” gli opposti ‘innalzare-abbassare’ rimandano alla figura tipicamente lucana del Dio che abbatte i superbi, i ricchi, i potenti, ed innalza gli umili, i poveri e gli afflitti, come canta Maria nel Magnificat.

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"E poi un giorno la luce, il pianto, non di sofferenza, ma quasi di commozione..."

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